avveduti 2020

“Avveduti – accoglienza antica”
9a edizione – 2020
a cura di Chiara Moro

Mostre presso Ottica Visus, Spilimbergo
in collaborazione con le pasticcerie: Arte Dolce / Castellani / Corso Roma / Giordani / Le Strane Delizie

dolcézza s. f. [der. di dolce1]. – 1. Sapore dolce, gradevole al palato: la ddello zuccherodel mieledi un fruttobevanda che ha la ddel nettare2. estens. a. La qualità di cosa che diletti e accarezzi delicatamente gli altri sensi, che dia una piacevole sensazione all’orecchio, all’olfatto, al tatto, alla vista: di un suonodi un profumodi un tessuto; di una tintadi un accostamento di colori. Con riguardo alla forma, di cosa che abbia linee regolari o sinuose. b. Impressione dolce e gradita all’animo, al gusto estetico. 3. Con altri usi estens.: a. Mitezza: ddel climab. Delicatezza, tenerezza: ddello sguardodell’espressionelo guardò con infinita dolcezzac. Affabilità, amabilità: dd’indoledi carattere; nei rapporti con altre persone, modo d’agire privo di ruvidità o durezza: trattare con d.. d. Attenzione, precauzione nel compiere un atto senza movimenti bruschi.

È di attenzione e di cura che si parla quando si pensa alla dolcezza, è di gesti armoniosi e delicati, gioia per i sensi, interminata grazia e intimità, accoglienza antica, dolcezza che è diretta derivazione dal cibo, dolce come il primo nutrimento umano, grazie a bacche, frutti, miele e semi che scavano nella notte dei tempi. È cibo trasversale, conviviale, che unisce, in grado di attraversare le generazioni e i cambiamenti negli usi e nei costumi, mantenendo inalterato il suo posto al bordo della tavola, reinventato nelle forme e nei gusti, nelle dimensioni e negli ingredienti, affinato sia dalle grandi produzioni industriali che dai pasticceri più attenti, artigiani del cibo di alta qualità, pittori di sapori, selezionatori di materie prime. Quello che, con il passare dei secoli, è stato sempre più chiaro è che il dolce era ed è custode di cultura e di sapere, legame viscerale tra noi e l’ambiente in cui siamo cresciuti: dall’addentare una fetta di torta non solo riceviamo consolazione e affetto, ma diventiamo parte del racconto dei nostri avi, introiettiamo le loro storie, i loro saperi, la naturale predisposizione a viziarsi e a volersi un po’ bene. Ricorderemo una grande cena anche per il dolce finale, forse non lo nomineremo nei nostri racconti, ma sarà presente come il cavallo in Sylvie di Gérard de Nerval, nel viaggio verso Loisy. «Forse che, siccome nel testo non appare, quel cavallo non esiste in Sylvie? Esiste, e voi leggendo immaginate il suo trotterellare notturno […] ed è sotto l’influsso fisico di quei sobbalzi dolci che il narratore, come se ascoltasse una ninna nanna, ricomincia a sognare» (da Umberto Eco, Sei passeggiate nei boschi narrativi). In una giornata di sole, cercheremo refrigerio nelle voluttuose onde di un gelato artigianale, timido ricordo dei persiani più ghiotti e delle loro coppe di ghiaccio e succo d’uva. Ed è davanti ad una torta che sanciamo il passare del tempo, come gli antichi egizi usavano fare con pagnotte addolcite al miele. Il dolce non solo come momento allegorico e gratificante dell’alimentazione dell’uomo, bensì auspicio di abbondanza e buona sorte, offerto agli dei, come ad esempio i “popana polyomphala”, il più antico tra i dolci conosciuti, o le ciambelle a forma di mezza luna offerte ad Artemide o a forma di lira per il dio Apollo. Ed ancora gli “aidola”, impastati con miele e sesamo, consumati durante le festività di Dioniso e dolcetti sempre di sesamo e zafferano prediletti dai minoici. Pasticceria fine, il cui comune denominatore era il miele, consolazione anche per chi non ha colpe, come narrato nel primo poema epico babilonese di cui abbiamo notizia, l’Epopea di Gilgameš, in cui i bambini morti prima dei loro giorni «giocano a una tavola d’oro e d’argento piena di dolci e miele». E poi, il dolce come atto finale del convivio, momento di unione per eccellenza, tipicamente umano, delicata conclusione del pasto che è stringersi attorno ad un tavolo, nel mangiare insieme agli altri, atto naturale presente sin dai primi attimi della vita, un assumere cibo che non è solo l’esigenza fisica per la sopravvivenza, ma anche e soprattutto momento di condivisione. Stare a tavola con gli altri diventa un piacere, un attimo di confronto, di dialogo, nell’assaporare gusti ed alimenti che ci legano alle più antiche tradizioni familiari. Storie, ricordi e fantasie, sono questi a riempire i minuti dello stare a tavola. Jean Claude Izzo in “Aglio, menta e basilico” racconta: «mangiare ti riporta al tuo paese. Mettersi a tavola, in casa come al ristorante, in famiglia, tra amici, vuol dire far rivivere la memoria, i ricordi»; e ancora: «cucinare, mangiare vuol dire questo: accogliere. Gli amori, gli amici, i figli. I piatti nascono in amicizia, nel piacere di stare insieme, tra risate e parole senza freno. E la casa si scopre piena di profumi intensi». Ricordi di momenti di convivialità, legati ai gusti di ciò che si è mangiato: ecco che il cibo diviene risorsa di memoria, scintilla nel recuperare il gusto, i sapori atavici. E poi, ancora, i ricordi legati al fare e all’andare, i viaggi verso le persone care, il percorso come antipasto del convivio stesso, e così anche l’andarsene da un luogo dove si è mangiato, lasciandosi alle spalle il marasma di emozioni che ogni incontro dà. E ancora i profumi delle cucine, il rumore delle pentole, le zie e le nonne che chiacchierano ad alta voce, il ritrovarsi per le feste, il tessere una tela i cui fili sembravano spezzati. Quanti pranzi con i parenti ricordate con la pancia piena e la testa che, lenta, cade sul petto? E quante cene amorose vi tornano alla memoria con il tremore alle ginocchia e le mani un po’ sudate? Alla fine, mangiare assieme è una delle cose più intime che si possano fare, perché questa azione così naturale porta con sé la nostra vera indole e la svela nei semplici gesti dell’afferrare una forchetta o del servire dell’acqua a chi ci sta attorno. Ha ragione R.Welsh quando in “The indipendence of foodways and architecture” dice che «il cibo ha ben poco a che fare con il nutrimento». Infine ricorderemo come preparazioni di dolci e biscotti non mancavano mai sulle tavole dei romani, utilizzate sia come antipasto che come intermezzo e chiusura dei banchetti importanti, un voler cullare gli ospiti e le decisioni più importanti, un abbracciare chi ci sta attorno; e lasceremo il maggior spazio possibile all’indefinitezza dell’immaginazione nel ricordare, ciascuno di noi, il dolce che più abbiamo amato, messo disordinatamente in bocca come un pezzo di pane raffermo inzuppato golosamente nel latte «e l’amorevolezza della nonna nel vedere quella piccola bestia al suo torgolo» (da Zuppa di latte, di Carlo Petrini).

Giorgia Bressan
dal 07 al 28 marzo 2020

Grazie a una forte intelligenza direzionale e a un processo adattivo e funzionale alla creazione di un mondo immaginario, a partire da oggetti di uso quotidiano, di stimoli semplici, elaborati in forme e cromatismi, le opere di Giorgia Bressan si caratterizzano da un tratto morbido e delicato, ammantando il segno grafico di quell’aura di incompiutezza tale da permettere all’osservatore di chiudere le linee, quasi una concessione elegante, un invito al concludere l’opera con elementi del proprio vissuto personale.