Davide Cancian

Dal 22 giugno al 13 luglio

Con una sorta di irrequietezza dello sguardo, spinto dalla passione per l’immagine, la pesca alimenta l’interesse costruttivo di Davide Cancian. Qui posa i suoi occhi, si ferma, dando voce al mondo naturale e donando significato ai segni di cui si compone il soggetto, segni che in assenza del suo intervento resterebbero confinati nel silenzio. Cancian sembra dire che per raccontare non occorre prendersi sul serio. Osserva i dettagli già presenti nel soggetto, si limita a togliere loro veli e coperture, li svela, li scopre. È così che la catalogazione delle specie ittiche del Tirreno diventa un gioco di forme e di significati. Cancian si distingue per la sua capacità di trasformare l’osservazione scientifica in un’esperienza visiva avvincente; se da un lato il fotografo si ritrova, si potrebbe dire suo malgrado, ad essere mero osservatore di un mondo sottratto alla sua volontà, dall’altra è proprio quest’ultimo a decidere come mostrarsi all’osservatore. In ogni caso, il dato rilevante è il pesce stesso, nel suo racconto muto e immutabile.

“Avveduti – Risonanza”
13a edizione – 2024

Mostre presso
Ottica Visus di Vania Vidotto, vicolo Concavo 1, Spilimbergo
Cinema Teatro Miotto, viale Barbacane 15, Spilimbergo
In collaborazione con il Comune di Spilimbergo

Dal 02 marzo al 23 marzo – Fabrizio Rigutti
Dal 14 aprile al 04 maggio – Sara Corsini
Dal 22 giugno al 13 luglio – Davide Cancian
Dal 29 luglio al 17 agosto – Juan Carlos Marzi
Dal 28 settembre al 19 ottobre – Dario Cancian

“Avveduti – Risonanza”
a cura di Chiara Moro

Fotografare, un gesto così semplice come il toccare un tasto nel nostro telefono, un movimento ripetuto infinite volte durante una giornata, nell’inconscio accumulare dettagli del mondo che ci circonda. È proprio da questo caotico cumulo di ricordi che emergono visioni nitide e pensate, un fotografare come essere testimone di un accadimento, un salvare, un dare forma a qualcosa che già esiste sotto i nostri occhi, definire con l’immobilità dello scatto. Se da un lato “fare una fotografia significa partecipare della mortalità, della vulnerabilità e della mutabilità di un’altra persona (o di un’altra cosa)”, come scrive Susan Sontag, dall’altra il potere dell’immortalità dato all’attimo fotografato attesta una precisa azione di dialogo con il tempo: l’ho fotografato, è accaduto, è già stato, è passato. La fotografia, come una cassa di risonanza, ha a che fare con l’eco, con la ripetizione. È processo insistente, è una voce inascoltata che viene improvvisamente catturata e, all’infinito, riascoltata.

Emerge dalla fotografia contemporanea un sentimento documentaristico, come se la luce stessa, catturata, provasse lei stessa sentimenti. Il termine fotografia, dal greco antico “phôs”, luce e “graphè”, scrittura o disegno, significa “disegnare con la luce”, ma anche “scrittura di luce”. Due definizioni profondamente lontane l’una dall’altra, dando al fotografo il valore di artista, creatore, scultore nel primo caso, nel disegnare qualcosa che non esiste. Se invece prendiamo la seconda definizione, quella di scrittore, ecco che la natura stessa, il tempo e gli avvenimenti si caricano di una forza mutevole ed è quindi il fotografo un mero osservatore, sebbene attento, di ciò che già esiste, fissandolo in dimensioni finite. Come sostenne il fotografo Ferdinando Scianna in una intervista, “quando documenti lo devi fare al meglio, con il diaframma giusto e alla giusta distanza dal soggetto; non hai tempo di pensare troppo alla tecnica, perché l’evento va avanti e molto di quello che accade dura giusto il tempo di pochi secondi.” La fotografia, sempre secondo la seconda definizione, non è altro che saper “scomparire davanti al soggetto” come dice Henri Cartier-Bresson, restando, al tempo stesso “abbastanza vicino” da poterlo vivere, da poterne cogliere le sfumature, come ben ci insegna la filosofia di Robert Capa. Il fotografo deve guardarsi intorno alla Paul Fusco e deve saper dosare e capire la luce alla McCurry. La bravura del fotografo sta nel dare sintonia alla definizione bressoniana del fotografare, ossia il mettere sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore.

È da questi presupposti che Avveduti 2024 diventa una sorta di archivio, grazie ad una selezione di fotografi spilimberghesi in grado di far sì che le immagini non vengano dimenticate, bensì accumulate e registrate, come chiuse in molti capitoli. Come un affascinante percorso visivo che attraversa diverse tematiche e stili, “avveduti, risonanza” offre al pubblico un’esperienza caleidoscopica dell’arte fotografica contemporanea e riflette una sensibilità alle questioni sociali, politiche e ambientali. Un momento significativo, in grado di offrire al pubblico un’occasione per esplorare il potenziale espressivo della fotografia, sottolineando la sua forza nel raccontare storie, stimolare emozioni e aprire finestre su mondi che altrimenti potrebbero rimanere invisibili.